DOSSIER ATAC

campagna stop all'asta del deposito atac

A GENNAIO UN’ASTA RISCHIA DI STRAVOLGERE DEFINITIVAMENTE UN PEZZO DEL NOSTRO QUARTIERE

E DELLA NOSTRA STORIA:

ALLARME ROSSO!!!!!

LA PREMESSA

Tra il 2005 e il 2006 il Comune di Roma ha definito (con memoria di Giunta approvata nel Novembre 2006) le strategie per la dismissione e riconversione del patrimonio immobiliare di proprietà ATAC spa. Allo scopo di ripianare il debito accumulato in anni di pessima gestione economica del servizio di trasporto pubblico urbano, l’Amministrazione Comunale ha avviato l’operazione denominata Rimesse in gioco|Depositi d’idee, conclusasi con la valutazione dei progetti vincitori da parte di una giuria il 16/11/07.

Formalmente è stato presentato come un concorso internazionale di architettura, per l’individuazioni di idee atte alla riqualificazione urbanistica, con un programma di interventi sostenibile in coerenza con l’interesse pubblico. Paroloni!

In realtà ciò che emerge chiaramente è il tentativo di far passare dall’alto un processo di riconversione funzionale delle rimesse dei tram collocate in aree strategiche del VI e XVII Municipio ad alto valore immobiliare, per usi diversi dal servizio di trasporto pubblico locale. In concreto il concorso è servito solo a stabilire, attraverso un finto percorso partecipativo e creativo (subordinato a scelte già prese), le nuove destinazioni d’uso e la Superficie di progetto massima consentita, necessarie alla rideterminazione del valore immobiliare delle aree, per vendere gli spazi a costruttori privati con il principale scopo di far soldi. Si tratta dello scippo di un bene comune!

Al Pigneto, si vuole chiudere il deposito di Porta Maggiore, sorto tra l’allora vicolo del Pigneto e la ferrovia Roma-Frascati, attivo “per il ricovero delle vetture” del servizio di trasporto pubblico dal 1886. Il deposito di Porta Maggiore è un luogo fondamentale della memoria storica del nostro quartiere, che è nato intorno agli insediamenti industriali fuori le mura. La progressiva conversione industriale del suburbio prenestino labicano è data da vari fattori, fra cui la possibilità di non pagare i dazi doganali che invece il Comune imponeva dentro Roma, dalla fondamentale presenza delle due consolari Casilina e Prenestina e delle direttrici ferroviarie per Napoli e Pescara. Di conseguenza si avvia la lottizzazione dei terreni a fini residenziali, così che il quartiere che progressivamente si costruisce si popola perlopiù da immigrati dal Lazio e da altre regioni d’Italia che cercavano lavoro nella Capitale del nuovo Regno, fra questi i ferrovieri, i tranvieri, i netturbini, gli artigiani. Quello che viene a formarsi è un “mosaico urbano”, un territorio frammentato, fatto per lo più di edilizia spontanea non programmata, salvo le residenze convenzionate e delle cooperative. Oltre al deposito dei tram e al primo centro di raccolta per la nettezza urbana (ancora attivo all’altezza di Ponte Casilino), si stanziano sul territorio impianti industriali tra i più importanti di Roma; solo per citarne alcuni: il mulino della Pantanella per la trasformazione dei cereali, l’industria farmaceutica della Serono, quella chimico-tessile della Viscosa (Carmelo G. Severino – Roma mosaico urbano. Il Pigneto fuori Porta Maggiore. – Gangemi Editrice Roma,2005). Gli impianti oggi non producono più (il deposito ATAC dovrebbe chiudere nel 2009, per trasferirsi nell’area presso l’ex Centro Carni su viale Palmiro Togliatti), lo sviluppo urbanistico della città e il libero mercato ne hanno determinato la chiusura per cessazione d’attività o spostamento della produzione in altri siti. Negli ultimi decenni, tutte queste aree sono state oggetto di speculazioni a danno dei cittadini, dei loro bisogni e delle loro necessità. Speculazioni spesso riuscite e qualche volta per fortuna impedite, come è stato per l’area della SNIA Viscosa.

 

 

LA SVENDITA DI UN PATRIMONIO PUBBLICO

Perché si vuole chiudere il deposito? Perché l'azienda di trasporto pubblica romana è sommersa dai debiti. Anche dopo la fusione con la STA spa (la società che gestiva i parchimetri e gli ausiliari del traffico) la vendita dei “gioielli di famiglia” sono l'estremo tentativo di rimettere i conti in ordine, senza un dibattito pubblico sulle ragioni di un tale dissesto, senza un esame sulla reale efficacia delle iniziative messe in campo. A partire dagli anni Novanta – grazie alla politica di Rutelli e Lanzillotta – le aziende municipali (ACEA, Centrale del Latte, ATAC, AMA etc) sono state praticamente privatizzate. Tali scelte economiche puntano ad un fittizio risanamento del bilancio pubblico e garanzia del servizio, avendo invece come vero fine un reale ruolo produttivo e strategico dell’impresa pubblica nel mercato. L’ATAC è l’agenzia per la mobilità del Comune di Roma. Il suo compito principale non dovrebbe essere quello di fare profitti ma di portare a benefici di tipo sociale. Amministrando il bene comune ‘mobilità’ dovrebbe ragionare nei termini in cui ad un minore inquinamento corrisponde una minore spesa sanitaria (meno malattie, meno incidenti, meno invalidi, meno morti); a un recupero delle ore lavorative perse nel traffico, una qualità di vita migliore da dedicare a se stessi e al rapporto con l’altro. Ma le azioni a cui abbiamo assistito in questi anni con il Piano della Mobilità, non sono state orientate a soddisfare i bisogni dei cittadini come sarebbe stato l’abbattimento della Sopraelevata, ma la potente filiera dei produttori di auto, dei distributori dei carburanti e dei costruttori di grandi opere che hanno consumato il territorio e degradato il paesaggio pur di fare strade ad alto flusso, gallerie e sottopassi fino nel cuore del tessuto urbano.

Per la spa ATAC ora conta solo fare cassa. Il presidente Vento non tiene presente che quella che dirige è patrimonio pubblico, un’azienda pagata a caro prezzo dai cittadini che ha già ceduto il compito di gestire l’esercizio del trasporto e la vendita dei titoli di viaggio a delle società concessionarie esterne. Il risultato lo conosciamo: da una parte la precarizzazione dei lavoratori e deregolamentazione dei contratti, dall’altra un progressivo peggioramento del servizio associato ad un aumento delle tariffe (nel 2009 i biglietti aumenteranno del 10%). Nonostante ciò, il bilancio di ATAC è ancora in perdita, e si vuole vendere il suo patrimonio localizzato nei quartieri più centrali, puntando sul business immobiliare.

Con Deliberazione n. 186 dell’agosto 2005 il Consiglio Comunale approva il piano economico finanziario 2005-2011 per ATAC spa.

Siamo alla resa finale ai cravattari e ai palazzinari: le banche e gli “immobiliaristi” assaltano la diligenza. Il prestito obbligazionario è in scadenza a febbraio 2008 e per sopravvivere si è proceduto ad un operazione di “spin off immobiliare”, ovvero l’utilizzo da parte di ATAC spa di una società controllata al 100% a cui è stato conferito il ramo d’azienda contenente il patrimonio immobiliare, con il compito di valorizzazione economica dello stesso, secondo gli indirizzi degli organi comunali competenti e l’istruttoria del VII Dipartimento. Poi l’asta dei depositi per incassare liquidi dai privati.

Alla fine di questo tunnel non ci sarà grande spazio per “il rilancio del trasporto pubblico”, l'incasso previsto è pane per oggi e fame per domani, poi arriverà il turno della vendita dei tram, delle fermate, ecc. E’ arrivata l'ora che questa musica cambi. L'occasione viene proposta dalla ribellione degli abitanti del Pigneto che da anni attendono interventi pubblici che risarciscano socialmente le sofferenze provocate da un intenso traffico di attraversamento e una mancanza storica di servizi. Non possiamo barattare la nostra salute, i nostri diritti con il profitto a tutti i costi voluto da una politica di sudditanza nei confronti del capitale privato e degli interessi d’impresa.

 

IL NUOVO SACCO DI ROMA

Tali speculazioni riguardano solo il Pigneto? Purtroppo no!

Nonostante si sia dovuto prendere atto del fatto che Roma non ha più bisogno di crescere e la città deve essere trasformata dall'interno, per essere resa più vivibile, più accessibile e più sostenibile, la flessibilità del “pianificar facendo” ha permesso di condurre lo sviluppo urbanistico della città con accordi sistematici con la rendita fondiaria.

Il risultato è che nonostante la diminuzione di abitanti di Roma (l'ISTAT stima nel decennio 1991-2001 l'uscita di 180.000 abitanti da Roma ai comuni limitrofi a causa dell'aumento del costo della vita) si continua a prevedere edilizia residenziale per 400.000 persone (Paolo Berdini AA. VV.: Modello Roma, Odradek, 2007). Che non si tratti nemmeno di libero mercato ma di una situazione fortemente drogata lo si intuisce dal fatto che più si costruisce più i prezzi delle case aumentano, e che l'operazione si regge tramite un asse tra potere politico e rendita fondiaria. I tagli alle risorse destinati agli enti locali hanno accelerato questo processo, rendendo il cambiamento di destinazione d'uso e l'edificazione l'unico sistema per fare cassa. Questa scelta non è supportata da alcuna strategia sul miglioramento della qualità della vita della città, se non privilegiare il settore medio-alto della popolazione alla quale sono destinate le nuove costruzioni. Le sistematiche crisi della borsa e il ritorno dei capitali con lo scudo fiscale del governo Berlusconi hanno innescato una salita dei prezzi che ha portato il valore delle abitazioni a raddoppiarsi nel decennio 1995-2006. Ciò a cui assistiamo è una fuga delle classi popolari fuori dal Raccordo Anulare e una progressiva precarizzazione delle condizioni abitative: coabitazioni forzate, affitti alle stelle, mutui insostenibili, dilagare degli sfratti.

Siamo di fronte all’ennesimo sacco di Roma. La differenza con gli anni Cinquanta e Sessanta e la cementificazione attuale sta nel fatto che il primo era legato a un’espressione di banditismo legato al potere democristiano, il secondo invece avviene in una cornice di grande serenità e ottimismo per il futuro della città, con uno spruzzo di urbanistica partecipata sponsorizzata dalle forze politiche del centro sinistra che governano la città da quindici anni. Gli stessi strumenti urbanistici sono stati indeboliti negli anni con un uso distorto dell’accordo di programma a servizio del meccanismo delle compensazioni. Basti pensare che la prima variante di programma al Nuovo Piano Regolatore Generale (NPRG), varato nel 2003, è avvenuta poche settimane dopo la sua approvazione.

Per comprendere a fondo cosa comporta un tale meccanismo basti pensare al caso Tor Marancia. In seguito alla battaglia dei cittadini e delle associazioni ambientaliste tra il 1997 e il 2000 si ottenne un vincolo paesaggistico che salvò un’area considerata un polmone verde inalienabile per l’intera città. Il PRG del 1962 prevedeva l’edificazione di circa 1,8 milioni di metri cubi di cemento e ventimila nuovi abitanti. Dopo trent’anni l’amministrazione di Francesco Rutelli era intenzionata a garantire i “diritti edificatori” dei proprietari e solo una grande mobilitazione e la responsabilità di pochi istituzionali riuscì a scongiurarne la cementificazione. Anche le vittorie si pagano care e ai cittadini di Roma non è stato regalato nulla. Nel 2003 il consiglio comunale approvò una delibera che stabilì non solo che l’area verde doveva essere inserita nel parco dell’Appia Antica attraverso la cessione gratuita da parte dei proprietari, ma decisero anche che quelle cubature dovevano essere compensate altrove. Sancendo ancora una volta che i poteri forti non si toccano, l’amministrazione questa volta di Walter Veltroni grazie al meccanismo della compensazione, trasferisce in altri 15 quartieri periferici i diritti edificatori rivendicati dai palazzinari che tanto per non fargli torto sono lievitati a 4,138 milioni di metri cubi, a fronte di una edificazione cancellata di meno di 2 milioni di metri cubi.

Tornando a noi, anche l’edificazione della Pantanella a via Casilina è stata un puro esercizio di arricchimento da parte di costruttori e immobiliaristi. I promessi spazi ad uso socio-culturale si sono tradotti in un mega Bingo e in attività commerciali, le case realizzate non hanno nessun contatto con il resto del quartiere, l’intero complesso rimane in una dimensione di separatezza vissuta con frustrazione dagli stessi inquilini e da chi abita intorno a Porta Maggiore che chiede da anni una reale riqualifica della zona. Questi errori ci rendono chiaro che il tessuto urbano è vivo, è un organismo complesso che non può essere vivisezionato a piacere, né sopporta innesti innaturali che creano rigetto.

Al Pigneto i risultati del binomio cemento e recupero urbano si sono già visti con i Programmi di riqualificazione urbana il famigerato art. 2 L.179/92. Con questo intervento c’è stato il sacrificio degli ultimi fazzoletti non edificati del quartiere a favore del ristabilimento delle cubature preesistenti (anche qua maggiorate) per avere in cambio alcune opere di ricongiungimento stradale e la costruzione di un centro anziani, di un centro sportivo e di un centro civico come oneri concessori. Inutile dire che per la parte abitativa si è proceduto a tamburo battente (gli appartamenti sono già abitati) mentre il centro anziani è ancora in costruzione, il centro sportivo Persiani Nuccitelli in via Mariano da Sarno non è pubblicamente agibile perché dopo più di due anni non è stato ancora collaudato dagli uffici tecnici del comune, così come i giardini limitrofi che versano oramai in uno stato di fatiscenza e incuria (nonostante la libera iniziativa dei cittadini unici a curarsene). Il Comitato di Quartiere si oppose alla logica perversa di subordinazione degli spazi sociali a interessi di mercato che rendono la riqualificazione un gioco a somma zero: se si guadagna da una parte si deve inevitabilmente perdere da un’altra parte. L’arroganza politica allora ha dato modo di perseguire quelle infelici scelte urbanistiche e oggi ne paghiamo le conseguenze. Ma non basta! Altri metri cubi di cemento sono previsti a piazza del Pigneto per costruire l’ennesimo PUP, box privati da vendere a caro prezzo, cancellando l’unico piccolo giardino della zona. Oltre al completamento dei circa 300 appartamenti dell’art.2, ci sono in programma 1350 alloggi (piano Casilino, via Vibio Sequestre, ex Serono, ex Cinema Impero, viale Irpinia, casale Somaini), per un aumento insostenibile di abitazioni nel VI Municipio.

Le speculazioni nella zona a ridosso di Porta Maggiore si inseriscono in un contesto di generale intervento sull’asse Prenestina-Casilina. Per la trasformazione e riconversione del Centro Carni di Via Palmiro Togliatti, ad esempio, è prevista ‘l'introduzione di funzioni di qualità’ ovvero alloggi di lusso e un altro centro commerciale in una zona a forte degrato che da decenni ha fame di cultura, servizi, investimenti sociali. Nel Parco di Tor Tre Teste, in una delle poche zone verdi e agricole rimaste integre all’interno del raccordo anulare, è in preparazione una ulteriore speculazione edilizia per 137.500 mc di cemento grazie all’ennesima compensazione edificatoria alla quale si stanno opponendo con forza associazioni e comitati. Forse è ora di unire le forze.

 

 

I PROPOSITI DELL’ATAC

Nell’attuale deposito ATAC di Porta Maggiore si vorrebbe riversare una colata di cemento nei 22.600 mq interessati. Senza dubbio una scelta irresponsabile che contrasta con le reali esigenze di un territorio in cui mancano soprattutto spazi verdi, asili nido comunali, piazze, luoghi di incontro e di socializzazione pubblici capaci di rispondere ai cambiamenti in atto. Al contrario si vorrebbero aprire numerosi servizi privati, tutti a pagamento, rivolti ad una classe medio-alta. Ma la cosa più grave è che in un quartiere strangolato dal traffico e dalla speculazione immobiliare l’amministrazione vorrebbe far costruire in sostanza tre palazzi su via del pigneto, altri negozi e conseguentemente altri box auto e parcheggi. Queste scelte urbanistiche aggraverebbero ancora di più il traffico nella zona e allo stesso tempo non risolverebbero la condizione d’emergenza abitativa di molti abitanti del quartiere ad oggi sotto sfratto (per lo più anziani), in condizioni di sovraffollamento o costretti a pagare affitti insostenibili anche per un posto letto.

A questo scopo, l’assessorato all’Urbanistica del Comune e il VI Dipartimento per la “programmazione e pianificazione del territorio” hanno inventato un concorso internazionale del costo totale superiore ai 300.000 euro (che considerando le cifre rese pubbliche) per selezionare “un’idea architettonica” sulla quale basare (in parte) il progetto urbanistico che ripenserà l’attuale destinazione dell’area occupata dal deposito dei tram. Il tutto condito da un’apparente richiesta di partecipazione degli abitanti del quartiere: decisamente apparente, visto che l’asta per la vendita è prevista per il prossimo gennaio 2008! Facciamo presente che nel bilancio del VI Municipio quest’anno per la cultura si sono spesi 40.000 euro, poco più di un decimo del costo del concorso. A questo punto è lecito domandarsi se si tratta o meno di sperpero di denaro pubblico.

 

 

LA MOBILITAZIONE DEI CITTADINI

Cosa fare dell’area che l’ATAC vuole dismettere e consegnare nelle mani della speculazione immobiliare che da tempo sta seppellendo la città sotto una grande colata di cemento?

E’ questa la domanda di fondo che gli abitanti del Pigneto si sono posti in due affollate assemblee del 27/10 e del 17/11.

E’ la stessa domanda che avrebbe dovuto fare il Comune in ascolto della volontà popolare e non metterci davanti a dieci idee-progetto elaborate a nostra insaputa: a noi non restava che sceglierne una.

La democrazia non viene lesa solo dai colpi di stato, ma anche da queste pratiche che presumono di decidere, dall’alto, del nostro futuro e della nostra vita.

Ebbene come primo passo, l’assemblea dei cittadini ha respinto all’unanimità un tale metodo. Abbiamo ribadito con forza che un’area del nostro territorio, acquistata un secolo fa con i nostri sacrifici e non con i soldi privati di una dirigenza che crede di potere fare quello che vuole, non può subire un cambiamento della sua destinazione d’uso originaria senza il parere della collettività.

Che partecipazione ci offrono gli amministratori quando ci chiamano a vedere e votare come in una giuria televisiva i plastici e i disegni dei progetti, mentre noi vorremmo discutere la scelta iniziale di cancellare uno spazio pubblico?

Non ce ne voglia nessuno se guardando la simulazione al computer di ‘Central Park’, il progetto che ha vinto il concorso di idee, non vediamo il teatro e i laboratori e al posto della lussureggiante vegetazione vediamo la sporcizia e l'erba secca del giardinetto di piazza del Pigneto o gli alberi morti dei giardini Persiani Nuccitelli, proprio a un tiro di sasso dal ‘Central Park’.

Le abitazioni da costruire sono di lusso, e in questo ringraziamo gli stessi progettisti per la franchezza con cui ci riportano la notizia, quasi a scusarsi che non sono per noi, e ricordarci che pian piano verremo espulsi dal Pigneto dagli alti costi della vita. Non crediamo però che sia così, la matrice operaia e popolare del quartiere ha saputo trovare nell'arco di quasi ottanta anni forme di espressione, tra crisi e contraddizioni, di valori come l'impegno, la solidarietà, l'antifascismo e ha influenzato anche il ceto medio e giovanile che ora abita nel quartiere. Noi vorremmo che questa identità fosse il punto di partenza di qualsiasi intervento sul Pigneto, un'identità che nega l'esistenza di un quartiere a due velocità, una per chi ha soldi e una per chi non ne ha, perchè chi non sa rielaborare in maniera creativa la tradizione non capisce il presente e non riesce nemmeno a immaginare il futuro. Per questo rilanciamo con forza il progetto di uno spazio pubblico come punto di partenza in cui sia possibile confrontarsi e creare per tutto il quartiere senza esclusioni.

Prima di essere una questione legale è una questione di sensibilità politica, di rispetto in cui le leggi devono alimentarsi se vogliono tutelare le istanze e i bisogni del popolo. I partiti sono arroccati in decisioni che provengono sempre di più dall’alto e la vita democratica delle istituzione ne è drammaticamente impoverita. L'istituzione municipale non ha potere, il blocco del decentramento voluto da Veltroni lega le mani dei parlamentini locali; ma questa battaglia non può restare dentro i contorni “amministrativi”, si tratta di una battaglia tutta politica e noi vogliamo assumerci la volontà di portarla avanti .

 

 

IL METODO: AFFERMARE UNA REALE PARTECIPAZIONE

Non ci interessa dire quale progetto rispettasse le cosiddette linee guida proposte, se questo fosse il migliore o quello il peggiore, abbiamo affermato con forza che il metodo seguito finora è sbagliato.

I cittadini hanno espresso tutti il timore che questi progetti avveniristici non sono legati in alcun modo alla storia del territorio e rispecchiano decisioni prese dall’alto senza il parere degli abitanti e dei lavoratori.

Per questo riuniti in assemblea hanno chiesto all’assessore all’Urbanistica Morassut e a quello alle Periferie Pomponi, per il tramite del Municipio, di interrompere il percorso intrapreso e, contemporaneamente, hanno espresso la volontà di organizzarsi per elaborare e proporre dei progetti che siano espressione degli abitanti.

Solo dando realmente la parola ai cittadini potranno emergere i bisogni, le necessità e le contraddizioni presenti nel quartiere Pigneto, diventato negli anni un imbuto per le automobili e un territorio dove le speculazioni edilizie e commerciali hanno preso il sopravvento sulla vivibilità e l’armonia del quartiere. Il comitato di quartiere ha ottenuto per il 12 dicembre un consiglio municipale aperto ai cittadini per prendere una posizione chiara sullo stop alla procedura d’asta.

 

 

COSA SERVE A QUESTO QUARTIERE

Questo quartiere, cesura tra il centro e la periferia della città, non può permettersi che le trasformazioni di uno spazio così grande e centrale vadano a peggiorare la qualità della vita di tutti noi ma al contrario devono servire a risolvere i già numerosi problemi esistenti.

Viviamo come schiacciati da una doppia viabilità e da un doppio traffico su due piani (la Casilina e Prenestina su un livello e la Tangenziale ai piani superiori) che scarica nei nostri polmoni un doppio inquinamento.

Il degrado ambientale e del suo “habitat” non può essere risolto con un aggravio abitativo a vantaggio della speculazione edilizia, il VI Municipio è il più densamente abitato, il quintultimo per gli standard di verde, e il più sporco in assoluto, primato che detiene da anni. Negli incontri pubblici fra i cittadini sono state elaborate delle proposte e individuate delle priorità, chiediamo che vengano messe subito allo studio. I tempi burocratici, che vivono sui ritardi, vengano accorciati al massimo.

 

La memoria storica

Qualsiasi tipo d’intervento non può non tenere in considerazione l’enorme valore storico del manufatto quale esempio di archeologia industriale e luogo della memoria della città.

La storia del deposito è la storia della municipalizzazione della gestione del diritto alla mobilità nella città di Roma, almeno fino all’amministrazione Rutelli che ha avviato il processo di privatizzazione delle aziende comunali.

Non è tutto. In questo luogo è passata la Grande Storia: lo sviluppo di Roma Capitale con l’elettrificazione della città e l’ampliamento urbano fuori le mura, le tragiche vicende della Prima Guerra Mondiale quando le vetture speciali trasportavano i feriti dalle stazioni agli ospedali e il servizio pubblico era garantito dalle lavoratrici. Nell’ultimo conflitto mondiale il deposito è stato teatro del disastroso bombardamento alleato del 1943, causa della distruzione di 69 tram e il danneggiamento di altri 219 e nel quale persero la vita tanti lavoratori (ricordati in una epigrafe all’interno del deposito). Gli stessi ferrotranvieri, abitanti del quartiere, che rappresentano la storia del movimento operaio a Roma (durante il biennio rosso dal 17 al 30 settembre del 1920 gli operai occupano lo stabilimento); che hanno combattuto il fascismo prima (nel 1923 vengono licenziati complessivamente 4200 lavoratori dell'atm perchè antifascisti) e l’occupazione nazista dopo; che hanno condiviso la lotta con altre categorie per la conquista dei diritti dei lavoratori e l’affermazione di principi democratici e solidali, sui quali è cresciuto il quartiere, ad oggi sempre più in pericolo. Per questo vorremmo che una parte dell’area sia dedicata ad un museo interattivo del Tram per salvaguardare e valorizzare l’importanza della rimessa in quanto tale e la storia dei suoi lavoratori.

 

Il verde e la socialità

A nostro parere è prioritario inserire nella progettazione del nuovo spazio zone di verde pubblico attrezzato e aree gioco per i bambini. Pensiamo ad uno spazio che abbia la capacità di fare incontrare e comunicare le diverse componenti del tessuto sociale, nuovi e vecchi abitanti, giovani e anziani, bambini e adulti, romani e immigrati da altri luoghi di Italia e del mondo. Uno spazio dove sia possibile la costruzione dei diritti di cittadinanza a partire da momenti ludici e comunitari; dove giocare, mangiare, divertirsi, discutere insieme è possibile in una dimensione di accoglienza e non di esclusione.

 

I servizi pubblici

È importante pretendere che eventuali servizi al territorio nel nuovo spazio siano di natura pubblica e non privata, per permettere a tutti il loro utilizzo. Naturalmente va data priorità alle mancanze e a quei servizi che per ragioni di spazi inadeguati e fatiscenti si trovano ad essere insufficienti e in pericolo di soppressione. Sono tanti i disaggi che i cittadini soffrono ma non esiste, almeno pubblicamente, uno studio di fatto. Prima di venderci aria fritta per svendere ai privati, si faccia un serio monitoraggio ed un piano d’intervento che punti anche all’utilizzo degli spazi del deposito ATAC.

 

Le arti e i mestieri

In un quartiere dove l’artigianato è stato da sempre l’attività produttiva più caratteristica, ci immaginiamo una sorta di città dell’artigianato (strutture per la formazione, promozione, produzione e commercio) capace di essere una possibilità occupazionale per i giovani disoccupati o precarizzati del quartiere, un rilancio per le attività presenti, un percorso di recupero e valorizzazione dei saperi dei vecchi artigiani in pensione, uno strumento d’espressione diretta della creatività delle diverse comunità presenti sul territorio valorizzando le tipiche tradizioni artigianali.

Nella città dell’artigianato il lavoro sottoposto alle regole della manualità è concepito come un bene di per sé che la comunità è chiamata a sostenere perché è creatore di rapporti, di scambio di saperi e di conoscenze che, altrimenti, muoiono.

Nel cuore della città dell’artigianato noi progettiamo di far nascere una grande scuola di specializzazione di arti e mestieri, un centro della cultura del “fare” che allo stesso tempo, sia luogo di incontro, di convegni, di mostre, di frequentazione turistica.

Nel nostro quartiere si va sempre più delineando una realtà umana multietnica. La città dell’artigianato deve diventare lo spazio di incontro con altri saperi con altre culture e tecniche lavorative dove tutti si sentono artefici di una nuova esperienza relazionale e solidale innestata sul tessuto del lavoro operaio.

 

Il risparmio energetico

In un territorio pesantemente attanagliato dallo smog, che in passato ha subito un pesante impatto ambientale dato dai tanti stabilimenti industriali, vogliamo che si vagli la possibilità di progettare una centrale ad energia rinnovabile per il quartiere (considerando le soluzioni di co-generazione, tele-riscaldamento su media scala…..). Realizzare un’opera capace di risarcire il quartiere dell’alto costo finora pagato in termini di qualità dell’aria e dell’inquinamento acustico, e allo stesso tempo contribuire all’obiettivo del risparmio energetico e della diminuzioni delle emissioni atmosferiche, seguendo le direttive europee alle quali anche il Comune di Roma deve velocemente adeguarsi.

L’Italia è in forte ritardo come politica industriale e energetica per raggiungere l’obiettivo UE del 25% d’energia prodotta da fonti rinnovabili entro il 2011.

Qui assistiamo continuamente a dichiarazioni vaghe e promesse vane da parte dei governi (locali o centrali che siano) in merito alla gravosa situazione energetica e al progressivo surriscaldamento globale. Vorremmo ragionare su soluzioni concrete piuttosto che a progetti di facciata e giornate ecologiche inutili, ne vale del nostro futuro.

La struttura architettonica e la posizione urbanistica del deposito ATAC ci permetterebbe di lanciare un progetto unico per la sperimentazione di nuove forme di approvvigionamento energetico e di risparmio per la città. Seguendo l’esempio di numerose città europee come abbiamo visto e di pochi comuni italiani, tra questi Toracica. Il paesino nel Parco del Cilento che da quest’anno si converte alla tecnologia a basso impatto ambientale e lunga durata nell'illuminazione pubblica, adottando i lampioni a LED (700 punti luce per un investimento, grazie a fondi regionali, di 280 mila euro che, si prevede, rientreranno entro 6 anni. L’impianto genera un risparmio energetico del 65%, una riduzione dei costi di manutenzione del 50% e dell’ inquinamento luminoso del 90%).

  

 

AVVIARE UNA NUOVA STAGIONE DI PROTAGONISMO DEI CITTADINI

 

Vogliamo avviare una nuova stagione di partecipazione alla vita della città.

La musica è cambiata significa che ci siamo stancati e pretendiamo che le amministrazioni escano fuori dal teatrino per confrontarsi su progetti e idee che vengono dall'esperienza quotidiana degli abitanti del quartiere.

Vogliamo che la città si sviluppi secondo criteri di sostenibilità e qualità della vita, l'opposto di quella che vorrebbero i poteri forti.

No a colonizzazioni dei quartieri in vista dei guadagni della speculazione!

No a una socialità mediata solo da rapporti di consumo e di denaro!

Invitano tutto il quartiere a partecipare alle iniziative per chiedere lo stop alla vendita delle aree pubbliche e l'inizio di un vero dibattito sul loro utilizzo.

Facciamo un appello a tutti i comitati e associazioni, che in tutta Roma difendono gli stessi obbiettivi, a costruire forme di coordinamento e una conferenza cittadina per condividere informazioni e forme di lotta per bloccare gli accordi di programma sui cambiamenti del piano regolatore.

 

COMITATO DI QUARTIERE PIGNETO PRENESTINO

C.S.O.A. EX SNIA VISCOSA – ASSEMBLEA PER LA SALVAGUARDIA DEL DEPOSITO ATAC


Per info e adesioni: tutti i lunedì alle 19:30 al CdQ Pigneto Prenestino ingresso Circonvalazione Casilina

 

www.lapigna.info

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