Di lavoro si muore perchè di precarietà si vive

Quello che è accaduto a Torino e la strage alla ThyssenKrupp,  non è nulla di diverso dalle quotidiane giornate scandite nel nostro paese da almeno quattro morti sul lavoro: in agricoltura, nei cantieri edili, nelle fabbriche, nei servizi alla persona e alle imprese.

Con tutti i limiti che un dato statistico può dare al crescente fenomeno, non sono inclusi gli infortuni e gli incidenti gravi ai danni dei lavoratori in nero e dei migranti. Per evidenziare la portata del fenomeno delle morti sul lavoro l’Eurispes ci consegna queste cifre:

  • dall’aprile del 2003 (anno di inizio della 2° Guerra del Golfo) all’aprile 2007 i militari della coalizione che hanno perso la vita durante le operazioni belliche sono stati 3.520. I morti sul lavoro in Italia dal 2003 all’ottobre del 2006 sono stati 5.252.

Freddi numeri che dietro però vedono persone. Vite umane che non possono essere messe in paragone con i militari in guerra. Chi esce di casa la mattina per andare a lavorare non è consapevole che potrebbe non tornare, non ha firmato un contratto il cui progetto prevede la morte. Non è in guerra, perché altrimenti dovrebbe combattere e essere consapevole della missione da svolgere. Non sono considerati degli eroi ma delle anonime morti bianche. Noi li chiamiamo invece omicidi. Veri e propri crimini perpetrati e preventivati. Logica e diretta conseguenza della concorrenza capitalistica come si è sviluppata in questi anni, basata tutta su una competitività esasperata e ricercata sui bassi costi (che creano appalti al massimo ribasso) e sull’assenza di investimenti “improduttivi” (così qualcuno giudica le spesa sulla sicurezza). Mano d’opera malpagata e ricattata con lo spettro del rinnovo contrattuale, del licenziamento, costretta a turni massacranti, forzatamente silenziosa sulla mancanza del rispetto delle norme e dei diritti che potrebbero rendere la produzione più sicura e meno disumana.

L’attenzione che i media, le istituzioni, le forze politiche oltre alle forze sindacali CGIL,CISL e UIL sembrano voler dare ai tragici fatti degli ultimi giorni appare una sceneggiatura già vista negli anni. Passato il cordoglio  nessuno si ricorderà di quattro operai morti e degli altri in fin di vita, delle loro famiglie, dei loro cari, delle loro vite spezzate in un’età troppo giovane per morire: il 95 per cento dei 180 dipendenti della ThyssenKrupp ha meno di trent’anni.
Già perché con la violenza del lavoro si muore, perché non si arriva a fine mese, perché bisogna dimostrare affidabilità e senso di responsabilità anche dopo un turno di 8 ore, perché si ha un contratto da apprendista che deve essere rinnovato o magari perché gli straordinari sono una regola per una busta paga troppo bassa. Ma soprattutto perchè la produzione non si può fermare. Il principale responsabile di quello che sta accadendo oggi in Italia è il processo di precarizzazione lavorativa e di vita che ci costringe ad accettare lavori e contratti di merda con tempi e ritmi inumani senza percepire i livelli di rischio costanti. E allora veloce ci chiedono di andare sempre più veloce e noi non riusciamo a fermarci!

Dopo tutto l’azienda, che sia una multinazionale o un piccola impresa edile, ci sta dando un lavoro, c’è lo sta proprio regalando, quasi avessimo vinto al lotto. La ThyssenKrupp Acciai Speciali Terni, che occupa circa 3.500  dipendenti e genera nella sola area geografica più direttamente  interessata dalla propria presenza una capacità di reddito per oltre  25.000 persone, per rafforzare e ampliare il sito di Terni affinché  diventi uno dei siti leader per la produzione di acciaio inox in  Europa, ha avviato un programma di investimenti di circa 300 milioni  di Euro. (9 dicembre – comunicato dell’azienda dopo l’incidente). Sembra ci sia una retorica comune alle dichiarazioni stampa delle aziende in cui vengono uccisi dei lavoratori. Tragico incidente, responsabilità umana, disattenzione, fatalità.

Abbiamo imparato sulla nostra pelle che gli infortuni e i morti sono solo una voce nei preventivi delle grandi e medie imprese, così come la routine dei piccoli imprenditori edili è quella di abbandonare davanti agli ospedali operai rumeni infortunati.

Ma gli infortuni e i morti sono anche negli accordi al ribasso dei sindacati confederali, che dietro lo spauracchio della difesa dell’occupazione mandano i lavoratori a morire. Sono la diretta conseguenza dell’operato degli ispettori del lavoro (e RLS) che troppo spesso diventano consulenti aziendali.

Ma il 10 dicembre a Torino una grande manifestazione in solidarietà delle vittime della ThyssenKrupp ha fischiato la dirigenza sindacale e istituzionale, il padre del più giovane degli operai morti nell’acciaieria, sommessamente urlava, diretto ai padroni, “prima o poi, brucerete anche voi”. Eh si perché sarebbero bastarti 10 euro: il costo della ricarica di un estintore. Ma per i padroni neanche questo è il valore della vita di una persona.

La rabbia espressa fa diventare quello che è accaduto a Torino un’anomalia rispetto alla tragica quotidianità che la precarietà di vita e di lavoro ci costringe a subire.

Il comitato nomortilavoro da appuntamento il 18 dicembre al Colosseo per dire basta a personaggi come Veltroni e i sindacati confederali che vogliono fare fiaccolate ed accendere il Colosseo in ricordo dei morti di Torino.

Il Colosseo dovrebbe essere acceso ogni volta che viene evitata una pena capitale. In questa occasione invece il governo e il partito del sindaco di Roma non hanno fatto niente per evitare che la precarizzazione portasse ancora a morire sui posti di lavoro.

Saremmo li martedi per denunciare la loro ipocrisia e per portare il nostro totem dove verranno attaccati dei chiodi in ricordo delle ultime 100 morti di quest’anno.

Nomortilavoro.noblogs.org

 

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