Dalla parte dell’indignazione: il movimento romano verso Genova

A Genova sei anni dopo le giornate di luglio. A Genova per gridare che
l’unica verità è quella dei movimenti e dei conflitti, per affermare e
difendere il diritto di resistenza, per rovesciare le sorti del processo
che chiede 225 anni per 25 compagni e compagne.

Già nelle scorse settimane avevamo definito la necessità di cogliere il
nesso tutt’altro che marginale tra le spinte sicuritarie giunte a maturazione
normativa con il pacchetto sicurezza e quanto si sta determinando nelle
aule di tribunale. Impossibile, infatti, non afferrare il nocciolo duro del proceso
genovese: non solo e non tanto la chiusura giudiziaria di un ciclo di
movimento passato, quanto un’ipoteca sui conflitti a venire; non solo un problema
di memoria, ma una questione di futuro.

La richiesta di condanna non si scosta molto dal clima generale che informa
la politica italiana, dai sindaci al viminale: più controllo,
militarizzazione dello spazio pubblico, misure preventive, centralità della pena,
riduzione delle libertà. Altrettanto non si allontana dal senso del pacchetto
sicurezza che definendo i nuovi perimetri della devianza prepara la strada ad una
progressiva criminalizzazione della società e del dissenso.

Dopo i fatti di domenica la nostra analisi non può che trovare ulteriori e
drammatiche conferme. Due spari a braccia tese uccidono un giovane tifoso
della Lazio, i media “sequestrano” la notizia, risolvendola in uno sbrigativo
«scontro tra tifosi», l’attenzione pubblica viene concentrata sul
calcio, lo stadio, i violenti. Nessuna parola, per un’intera giornata, sulla
responsabilità di chi, dall’altra parte della strada, senza neanche
capire cosa stesse succedendo, ha deciso di fare fuoco e di uccidere.
Un fatto sconvolgente che non riguarda solo il calcio, ma che riguarda
tutti.

E’ impossibile, anche in questo caso, non cogliere il nesso tra
l’insopportabile vento sicuritario e l’abuso e la prepotenza di chi
indossa una divisa e spara, dalla “parte della legge”. E poi la rivolta e
l’indignazione di tanti giovani, gli arresti, l’aggravante di
terrorismo.

Non si tratta di solo calcio, non si tratta neanche e semplicemente di
appartenenze politiche. Si tratta di una questione assai più ampia, si
tratta della prepotenza e della violenza delle isituzioni: questo è il tema che
in forma drammatica e di massa ci ha riguardato nel “laboratorio di
repressione” genovese; questo il tema che oggi si estende alla società
tutta.

Un’estensione che vede coinvolti i migranti, con i Cpt e le espulsioni di
massa; che riguarda il proibizionismo nei confronti dell’uso di sostanze,
lo stesso proibizionismo che arresta e uccide in modo efferato (è il
caso di Aldo Bianzino, ucciso nel carcere di Perugia nella notte tra il 13
e il 14 ottobre); che riguarda le condizioni di precarietà sul lavoro,
condizioni di cui si muore sempre più facilmente; che riguarda le sperimentazioni
sicuritarie negli stadi.

I fatti di domenica danno forza e centralità ancora maggiore alla scadenza
di sabato 17 novembre. Tornare a Genova significa difendere i movimenti e il
protagonismo che hanno avuto in questi anni, andare a Genova significa
resistere e opporsi al pacchetto sicurezza e alla spirale sicuritaria.

A Genova andremo in treno e diciamo fin da ora che non accetteremo
prepotenze da parte di nessuno e che rivendicheremo il nostro diritto a manifestare,
dunque a viaggiare con tariffe sociali.

I centri sociali e le reti di movimento romane

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