Addio al nostro compagno e amico Daniel Amit

Daniel è morto domenica a Gerusalemme. Per i palestinesi era un fratello. Oggi lo ricordiamo per tenere a mente la sua lezione. Daniel ci ha insegnato a dubitare e credere. Un abbraccio a Dalia, Jali, Giuditta

L'ultimo contatto con Daniel, sia pure virtuale, l'ho avuto ancora qualche giorno fa: la richiesta di aderire alla protesta contro il presidente degli Stati uniti per il suo incredibile discorso su Cuba del 24 ottobre scorso: Tell Bush and Congress, hands off Cuba!
Di questi appelli da Daniel me ne arrivavano molto spesso: collocato fra Europa, Israele e America per via del suo nomadismo intellettuale, al centro di una ramificatissima rete di rapporti politici, scientifici e umani, recepiva subito ogni dramma del mondo e subito lo comunicava agli altri, invitandoli a agire.
Perché Daniel era innanzitutto un militante e i tempi tristi che viviamo non l'avevano reso passivo. Continuava a indignarsi e a pensare che si dovesse e potesse fare qualcosa per rimediare. Così è sempre stato e così l'ho conosciuto, già quasi quarant'anni fa.
Erano i fatidici anni succeduti al '68, quando dinanzi a tutti si spalancò un mondo che prima nessuno ci aveva raccontato. E dentro un pezzetto di terra, chiamato Palestina e/o Israele, due storie sovrapposte che fino a pochi anni prima avevamo, ambedue, ignorato. Daniel faceva parte di una schiera – anche allora certo assai minoritaria, ma comunque esistente – di giovani israeliani non sionisti. Questa posizione era maturata dentro il loro paese sotto lo shock della guerra del '67, ma i suoi esponenti erano entrati in contatto con i palestinesi e i loro movimenti, la loro vicenda drammaticamente intrecciata l'avevano riletta assieme, pubblicando libri e anche una straordinaria rivista di cui ho ancora qualche numero ingiallito:Israc. Si stampava in Francia, Gran Bretagna, Stati uniti. Nelle lingue veicolari comuni ai due popoli. Quando Israc uscì il Tribunale israeliano aveva appena proibito al Matzpen (Organizzazione socialista israeliana) di editare una rivista mensile in lingua araba che avrebbe dovuto chiamarsi al-Nur. Le autorità erano pronte a concedere agli israeliani ebrei la più totale libertà di parola, non se volevano esprimersi nella lingua dei loro concittadini arabi.
Daniel faceva parte dell'area sessantottina che aveva nelle idee della rivista uno dei suoi punti di riferimento. Avevano scartato l'idea semplicista di alcuni circoli israeliani di sinistra secondo cui la questione ebraica non esisteva e compito di ogni ebreo sarebbe stato quello di unirsi al proletariato internazionale per far trionfare ovunque il socialismo. Sapevano, e sapeva Daniel, che il problema ebraico c'era e non era tanto facilmente liquidabile. Tanto è vero – lo ricordo bene – che non polemizzarono mai contro Herbert Marcuse, che pure, nel 1967, al culmine della sua popolarità fra le nuove generazioni di sinistra, aveva detto, parlando alla Freie Universitaet di Berlino, «di sentirsi solidale con Israele per ragioni personali che non sono solo personali». Capivano. Ritenevano solo che la questione ebraica andasse «de-territorializzata», Israele «de-sionizzato». L'ipotesi era la creazione di una comune patria socialista, fondata sul reciproco rispetto dei due popoli. Tre anni fa, a Siracusa, in un festival di documentari del Mediterraneo, mi è capitato di vedere il filmato di un giovane regista israeliano: aveva ritrovato qualche superstite di quel gruppo, da trent'anni disperso (Eli Lobel, il suo esponente più importante, è morto suicida nei primi anni '70) e li aveva intervistati. Con suo grande stupore, perché nel frattempo il dibattito stesso in Israele si era largamente spento e una posizione ufficiale antisionista non era nemmeno più concepibile.
Daniel Amit, pur non appartenendo a alcun organismo specifico, a quell'ispirazione è invece rimasto sempre fedele. A lui debbo l'aver scoperto autori che non avrei altrimenti conosciuto; a lui la spiegazione di pensieri e comportamenti del suo popolo di cui nessun cronista mai dà conto. Qui in Italia, dove da tempo passava molti mesi insegnando alla Sapienza, e di cui era anche diventato cittadino, era conosciuto da tantissimi: uno dei rari ebrei di Israele (la sua vera patria, dove passava ancora gran parte del suo tempo) impegnato a far valere le ragioni dei palestinesi, a riconoscerle, a battersi a loro fianco. Il suo ruolo è stato prezioso e il vuoto che lascia, oltreché in noi amici, è immenso: impoverisce la già così povera politica del nostro paese. Per i palestinesi, è la scomparsa di un fratello.

di Luciana Castellina
dal manifesto del 6 ottobre 2007